Calenda: "Abbiamo bisogno di investimenti". Intervista al quotidiano La Stampa

Sabato, 24 Settembre 2016

"Se dovessi usare una parola per descrivere  la manovra, per come si sta configurando, direi che è una grande spinta agli investimenti pubblici e privati verso una modernizzazione del Paese. È quello di cui abbiamo bisogno e credo che Bruxelles apprezzerà. Perché oltre e più della quantità della manovra, conta la qualità dei provvedimenti."

Carlo Calenda, titolare dello Sviluppo economico, ieri era a Bratislava con gli altri ministri europei. Al centro della riunione informale del Consiglio, i negoziati su Ceta e Ttip, i due accordi commerciali con Canada e Usa che - nonostante le proteste delle associazioni e le resistenze di qualche Stato - cercano di andare avanti. Ma se per il Ceta la firma è ormai a un passo, per il Ttip la strada è tutta in salita.

Lo è anche la trattativa del governo con Bruxelles sulla manovra?

"Questa è una cosa che discutono il presidente del Consiglio e il ministro dell’Economia.  Dalla mia breve esperienza di Rappresentante permanente all’Ue, ho imparato che l'Italia deve sempre negoziare con una voce sola."

Lei che conosce bene gli umori di Bruxelles, come interpreta l’ultima uscita di Juncker? Il fatto di ribadire che l’Italia ha beneficiato di 19 miliardi grazie alla solidarietà è stato letto da molti come come una chiusura…

"Juncker ha detto una cosa vera, e cioè che l’Italia ha goduto di flessibilità. Ma non è stata una flessibilità gratuita, è stata accordata a fronte di riforme considerate molto rilevanti. La principale innovazione della sua Commissione è stata la flessibilità, legata alla qualità delle riforme. Il punto è che poi l’Ecofin gli ha detto: sì, ma vale un anno solo. Personalmente lo ritengo un non senso perché l’orizzonte delle riforme è più lungo di un anno. Nessuno sta parlando di fare  spese folli, però quella flessibilità che ti consente di continuare a rimettere in modo una crescita di lungo periodo, e di fronteggiare eventi straordinari, è necessaria."

L’Italia si prenderà "tutto ciò che serve", come dice il premier?

"Il nostro orientamento è molto preciso: qualunque sia la discussione con Bruxelles, le regole saranno rispettate. Noi facciamo una battaglia sulla flessibilità e la crescita per l'Europa. Ma restiamo sempre nella cornice delle regole. Altro discorso riguarda le spese per far fronte alle emergenze: qui come ho detto i margini sono previsti dai trattati e imposti da un'esigenza che definirei di sicurezza nazionale."

I margini sono più stretti del previsto?

"Non voglio entrare nel merito. Dare i numeri al Lotto durante la discussione di una legge di bilancio è una cosa sbagliata."

I dati dell’agenzia Onu dicono che la produzione industriale italiana è crollata del 22% dal 2007 a oggi: c’è da preoccuparsi?

"La produttività è il tema centrale in Italia, la ragione per cui mercoledì abbiamo presentato Industria 4.0, il più grande piano di politica industriale mai predisposto da molti anni a questa parte."

Qui a Bratislava avete discusso del Ceta: il 27 ottobre ci sarà la firma definitiva?

"C’è un’intesa unanime. Alcuni Paesi hanno chiesto di avere una dichiarazione congiunta Ue-Canada sull’interpretazione di alcune clausole dell’accordo. Benissimo, ma non si parli di riaprire di nuovo i negoziati. Piuttosto dobbiamo interrogarci su cosa potrebbe accadere se uno Stato membro non dovesse ratificarlo."

Quali vantaggi porterà il Ceta?

"Tanti. Vorrei sottolinearne solo  i più significativi: l’accesso agli appalti pubblici, piu’ esteso di quello consentito dai canadesi agli americani, e il riconoscimento di 141 indicazioni geografiche, prima volta in un Paese anglosassone. Il Ceta è il modello dell’accordo che si può chiudere sul Ttip."

Che però sembra bloccato.

"Tra l’altro proprio su questi due punti. Tra i ministri c’è stata una discussione che definirei animata. Quasi tutti i Paesi hanno riconosciuto che la chiusura del Ttip sotto l’amministrazione Obama è molto difficile, se non impossibile. Ma bisogna andare avanti con i negoziati, tenendo ferme le nostre richieste. Solo Francia e Austria si sono schierate per l’interruzione del negoziato, proponendo addirittura un cambio di nome: una cosa ridicola, una presa in giro nei confronti dei cittadini. Piuttosto bisogna aumentare ulteriormente la trasparenza. Ci vorra’ tempo ma il Ttip va chiuso."

Altro tema in agenda: il riconoscimento dello status di economia di mercato alla Cina. A che punto siamo?

"Aspettiamo di vedere la proposta della Commissione UE, che dovrebbe andare comunque nel senso di non indebolire gli strumenti di difesa commerciale. Un bel passo avanti rispetto alla precedente proposta che abbiamo respinto. Ma dobbiamo essere sicuri che cambiare il modo in cui calcoliamo i dazi non diventi un autogol per cui alla fine la Cina avrà più buon gioco a portarci al Wto. Finché non avremo i dettagli della proposta, la posizione dell’Italia rimane quella di non riconoscere il Mes alla Cina."
 
 
Marco Bresolin
Inviato a Bratislava
La Stampa
24 settembre 2016


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