Calenda: “All’ Europa chiederemo tutta la flessibilità possibile”. Intervista a La Stampa

Sabato, 13 Agosto 2016

Il Ministro: gli aiuti pubblici alle banche hanno funzionato a Berlino e Madrid

L’intervento europeo per le banche? «La pulizia dei bilanci fatta in passato con denaro pubblico ha offerto un grande vantaggio competitivo ad alcuni partner».
In partenza per la pausa di Ferragosto, Carlo Calenda evita la domanda sul se e quando l’Italia farà richiesta al Fondo salva-Stati per risolvere il problema dei crediti deteriorati. Ha ben altro tono quando parla dei conti pubblici e di come reagire ai dati deludenti sulla crescita: «Chiederemo tutta la flessibilità possibile», anche quella che l’Europa oggi vuole negarci.  

Ministro Calenda, gli ultimi dati sulla crescita italiana non sono buoni. Su base annua il Pil sale dello 0,7 per cento, meno della metà del +1,7 della Germania. Al netto dei problemi dell’economia mondiale c’è ancora molto da fare, non crede?  
«C’è molto da fare su produttività, innovazione, internazionalizzazione. Come dimostra l’ultimo rapporto Mediobanca, in Italia ci sono due tipi di imprese: quelle che hanno innovato ed oggi esportano di più, e quelle che non l’hanno fatto. La Germania ha un rapporto fra esportazioni e Pil vicino al 50 per cento, noi siamo al 30».
 
Perché le imprese tedesche innovano di più?
«Il modello tedesco è per certi versi più semplice del nostro. Ha grandi aziende capofila e alcuni dei maggiori protagonisti mondiali dell’innovazione tecnologica. Noi abbiamo un sistema più diffuso e frammentato, con tante eccellenze ma una dimensione media delle imprese ancora insufficiente».  
 
Cosa farete per superare questi limiti?  
«A settembre presenteremo il piano “industria 4.0”. Tre i pilastri: incentivi fiscali a favore degli investimenti e della ricerca, risorse su pochi centri di eccellenza universitari in grado di diventare guida nel trasferimento tecnologico, il piano banda larga. Di lì in poi verranno progressivamente eliminati gli incentivi a bando. Il sostegno all’innovazione deve avvenire con strumenti rapidi e neutrali come il superammortamento per gli investimenti e i crediti d’imposta. Sono le aziende che cercano e scoprono gli spazi di mercato su cui puntare».
 
Una delle cose su cui la Germania ci batte è il cuneo fiscale: salari più alti, meno tasse alle imprese. Nella legge di Stabilità è confermato il taglio Ires, o quei fondi saranno usati per altro?  
«Il taglio Ires non è discussione».
 
Crescerà anche la dote per la detassazione dei contratti aziendali?  
«E’ una priorità anche di industria 4.0 ma dobbiamo vedere gli spazi a disposizione».  
 
Con una crescita inferiore alle attese cambiano le previsioni per i conti pubblici?  
«I dati aggiornati li presenterà il Tesoro in settembre. Non lo nascondo, gli spazi sono stretti. Stiamo discutendo con l’Europa su come affrontare l’assoluta necessità di spingere gli investimenti pubblici e privati».  
 
Intendete spingere il deficit fino al limite del tre per cento?  
«Intendiamo rispettare le regole ma ci stiamo anche battendo per cambiarle. Il limite invalicabile è il debito, che non può aumentare. Abbiamo già ottenuto molta flessibilità, intendiamo chiederne ancora, tutta quella possibile, ma sempre dentro alle regole».  
 
Regole che in teoria vi costringerebbero a stare ben sotto il tre per cento. O no?  
«La comunicazione della Commissione europea di gennaio 2015 dice che il grado di flessibilità è condizionato a riforme e investimenti. Noi rimaniamo a quella indicazione. Per ragioni a me poco chiare l’Ecofin nel frattempo ha detto che quella flessibilità va applicata una tantum. Una decisione sbagliata».
 
Al sistema Italia non manca una robusta dose di concorrenza? Il disegno di legge voluto dalla sua ex collega Guidi si è arenato e indebolito in Parlamento.  
«Si poteva fare di più, ma contiene norme importanti su assicurazioni, farmacie, energia. Dobbiamo portarlo a casa, è prima di tutto una questione di serietà. Un nuovo ministro non può smontare il lavoro del predecessore».
 
A pesare sulla scarsa crescita c’è il problema dei crediti deteriorati delle banche. In autunno chiederete l’intervento del Fondo salva-Stati come la Spagna nel 2012?  
«Non amo parlare dei dossier di altri colleghi. Mi limito ad osservare che senza dubbio la pulizia dei bilanci fatta in passato da alcuni partner con denaro pubblico ha offerto un grande vantaggio competitivo. Non è accaduto solo in Spagna, ma anche in Germania, Olanda, Inghilterra».  
 
Nonostante i tassi ai minimi c’è una domanda di credito inevasa?  
«Il mio osservatorio è il Fondo di garanzia statale, che garantisce quindici miliardi concessi alle piccole e medie imprese: le richieste stanno esplodendo, questo significa che c’è fame di credito. Lo rafforzeremo per supportare soprattutto gli investimenti di chi ha maggiore difficoltà nell’accesso al credito».
 
Il Fondo monetario dice che i tassi negativi non sono sufficienti a rilanciare la crescita, e per questo la Bce deve aumentare gli acquisti di bond, pubblici e privati. Lei che ne pensa?  
«In questo momento le politiche espansive sono essenziali, e come tutte le scelte hanno pro e contro. Ma al fondo ciò di cui abbiamo bisogno sono investimenti e crescita. C’è bisogno soprattutto di ricostruire la fiducia fra le classi dirigenti e chi la globalizzazione l’ha subita. Se non lo faremo, avranno la meglio i populismi, ovunque».  
 
Teme per l’esito del referendum di novembre?  
«Se non passasse sarebbe un segnale di arretramento pericoloso. Fra instabilità finanziaria e rischi geopolitici stiamo attraversando il periodo più difficile degli ultimi cinquant’anni».
 
Crede ci sia un nesso fra referendum e crescita?  
«Nel dibattito pubblico si parla molto dell’abolizione del Senato, ma si dimentica che a quel referendum si voterà anche la riforma del Titolo quinto che regola i rapporti fra Stato e Regioni. Il futuro dell’Italia passa anzitutto da lì: oggi gareggiamo con le mani legate dietro la schiena. Le Regioni hanno il potere di frenare e bloccare le infrastrutture strategiche».  
 
Il suo primo atto da ministro è stato il nono decreto sull’Ilva. Sarà la volta buona?  
«Dare un futuro all’Ilva e’ una sfida complessa. Il nuovo processo di vendita mette come precondizione l’adeguatezza del piano ambientale presentato dalle cordate».

L’Ilva può essere ancora un’azienda competitiva o le cordate sperano in aiuti pubblici?  
«Finalmente l’Europa ha deciso di difendere le produzioni dal dumping asiatico. Inoltre entro la fine dell’anno vareremo il nuovo schema per le imprese energivore che abbasserà i costi. L’Ilva può essere ancora un ottimo business.

 

Luogo: Roma
Data: 13 agosto 2016

Testata: La Stampa
Autore: Alessandro Barbera

 

 

 

 

 


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